Testimonianze Dirette

SUPERARE IL DISAGIO MENTALE IN BARCA A VELA
Alcune testimonianze dirette

In Italia l’Ass. Mareaperto di Roma, nata nell’ Aprile del 1989 in seguito ad una conferenza-dibattito “Il mare come psicoterapia”, porta in barca a vela disabili fisici e pazienti affetti da patologie mentali e vari disturbi psicofisiologici. L’associazione promuove esperienze legate alla conoscenza del mare, della vela e della nautica in genere; sviluppa attività terapeutiche e ricreative attraverso la vela, volgendo attenzione all’area del disagio, mirando non solo all’acquisizione di abilità tecniche, ma anche alla realizzazione di programmi di integrazione. L’idea di base dei fondatori di Mareaperto, Antonio Lo Iacono, psicologo e psicoterapeuta, e Giorgio D’Orazi, presidente di Mareaperto, è che dal mare possano derivare forti spinte psicologiche verso il potenziamento della personalità e verso l’utilizzo di energie costruttive e risorse proprie.
Il lavoro fin ora svolto in tale direzione consiste in un corso di uscite a vela a cadenza settimanale, dove gli utenti (che afferiscono alle aree patologiche dei disturbi psicotici e della personalità gravi) sono invitati gradualmente ad acquisire conoscenza rispetto alla navigazione velica e agli elementi della barca. Durante le uscite in barca della durata di mezza giornata, gli allievi sono stimolati e sostenuti dagli operatori sia nella pratica delle attività e delle manovre di navigazione, sia ad esprimere e liberare le proprie emozioni. Inoltre vi è un lavoro di monitoraggio sull’esperienza e sui vissuti condotto con dei test e questionari di autovalutazione. Vogliamo riportare alcuni commenti clinici ricavati dall’esperienza diretta con i ragazzi al termine del secondo ciclo di uscite.

L’esperienza di andar per mare ha smosso in tutti i pazienti degli stati interni, facendo affiorare in fretta gli aspetti della personalità sia sani che patologici. L’effetto che si riconosce in tutti è il confronto con le proprie paure e i propri limiti. A volte erano proprio questi ultimi a spaventare di più perchè inaccettabili.
Allora abbiamo avuto due utenti costretti a confrontarsi con la sensazione di avere paura, loro che, di stazza imponente, hanno sempre fatto della virilità una difesa. Quando si sta tutti nella stessa barca allora, possiamo dire che la paura viene a galla, senza troppi fronzoli. Senza che essa possa venir nascosta o mediata da stratagemmi difensivi che non la lasciano trasparire all’esterno e la trasformano in violenza o aggressività. Davanti ad un mare in tempesta o ad un vento avverso, ad una barca che si inclina e fa perdere l’equilibrio, c’è la Paura. Paura e basta, che viene fuori naturale come quella di un bambino. Così Paolo omaccione corpulento e robusto ha paura di prendere il mare quando è troppo grosso e lo riesce anche a dire agli altri o cercare negli altri compagni di equipaggio, un esempio ed un modo per superarla. Abbiamo chi ha provato frustrazione durante la navigazione per non poter essere sempre al centro dell’attenzione e che alla fine si è dovuto arrendere all’idea che in barca si è tutti uguali e che non servono atti da supereroe per condurre una barca e per ottenere una buona navigazione, ma semplicemente collaborazione. Chi invece deve fare i conti con il proprio handicap fisico che porta a desiderare di stare con persone normali ma anche di nascondersi dietro al timone per poi sentirsi impotente e inferiore, riprendendo consapevolezza del proprio disagio.
Secondo noi, la capacità terapeutiche della barca è di fare uscire fuori questi disagi e queste caratteristiche scomode della personalità, coccolati dal mare e cullati dalle onde, in uno spazio che contiene e facilita, che mischia i disagi di tutti e ci fa sentire uguali agli altri. Tutti sulla stessa barca!
Emergono aspetti interessanti nella condivisione degli spazi che nessuno ritiene troppo stretti in modo verbalizzato, ma porta ognuno a scegliersi il proprio modo per prendersi il proprio spazio personale. C’è chi se ne và a prua da solo a prendere il sole. Chi decide di pescare e ritagliarsi un ruolo ben definito, quello del pescatore. Chi si interessa alla teoria e ascolta e fa domande e poi si ricorda tutto. Chi invece vuole “fare”, e si mette alle scotte, ai winch, al timone. Chi invece se ne sta per conto suo e in silenzio osserva gli altri e si osserva. Chi mangia con appetito il suo panino o con gusto aspetta il pranzo fatto tutti insieme. L’aspetto fenomenale della barca è che pur essendo relativamente uno spazio ridotto consente ad ognuno di scegliersi il proprio angolo e di conseguenza la propria dimensione. Molti dei nostri utenti hanno trovato piacevole staccarsi per un po’ dal resto dell’equipaggio e starsene un po’ da soli occupando uno spazio fisico esterno della barca che diventa uno spazio interno del proprio carattere. Oppure sono riusciti a ritagliarsi un ruolo che li rappresentava in cui riconoscersi. C’è stato chi dava una mano in cucina nei momenti della preparazione del pranzo a bordo e chi ha portato la chitarra per allietare i momenti del relax dopo pranzo. C’è stato chi si è specializzato nelle manovre di ormeggio e chi invece si è dichiarato “addetto ai parabordi”. C’è stato anche chi si è voluto nascondere dietro il “non saper far nulla” e ha deciso di restare a guardare, ma anche in quel caso i riscontri ottenuti nelle interviste sono positivi ed entusiastici.
“Devo essere sincera: sono stata oziosa, mi sedevo e osservavo voi che lavoravate.
Ho apprezzato la simultaneità degli interventi durante le manovre e la loro precisione poi ho imparato a parlare con il mare e lui con me. L’ho visto possente, tranquillo, sornione, che a volte riserva sorprese.”

Tutto in base a degli stili e a delle caratteristiche che sono personali e in barca si svelano presto.
Uno degli aspetti emerso in più di una intervista è l’entusiasmo di fare le cose insieme fuori dalle quattro mura di un Servizio Psichiatrico, l’armonia che si crea tra le persone che condividono quella stessa esperienza e la sorpresa rispetto a dei rapporti relazionali con gli altri insperati.
“E’ stata una bella esperienza. Siamo stati tutti insieme. Quando stiamo qui nel Centro è molto diverso, siamo più sparsi, lì siamo stati molto uniti, tutto un altro rapporto. Mi sono sentito molto vicino ai miei compagni, cosa che non avviene qui dove ognuno sta nella propria stanza”.
“Ho imparato a vedere le cose da un’altra prospettiva. Anche a vedere gli utenti di questo centro in una situazione che me li faceva apparire diversi. Ne parlo spesso con i miei amici a lavoro.

Tra una danza e l’altra ogni tanto le onde si fermavano a riposare. E’ qui allora che si incontra la noia. La noia è una delle emozioni più tipiche che si può incontrare in mare, quando c’è calma piatta e il vento non ha nessuna intenzione di lavorare quella mattina. Alcuni ragazzi di fronte alla noia si fanno trasportare un po’ troppo, e allora c’è chi se ne và in sottocoperta a dormire e chi stimolato un po’ non ce la fa proprio più e si addormenta sul pozzetto. C’è anche chi alla noia sa resistere e si fa coinvolgere da discussioni con il resto dell’equipaggio che sembrano più schiette e autentiche che nella stanza di un laboratorio. Chi chiede informazioni e approfondisce temi teorici e chi invece si gode semplicemente il mare e il sole, quando c’è!
La calma e il dondolio delle onde coccola anche i pensieri e li lascia fluire liberamente, permettendo financo una regressione nelle braccia della madre che culla e accudisce. Dà anche spazio alla solitudine e alla nostalgia di venir fuori senza brutalità.
“A volte ho sentito un po’ di noia e qualche momento di solitudine. Pensavo ai miei che non ci sono più. La navigazione ti porta a galla un po’ di pensieri. Ho ripensato a mia madre e a mio padre. La calma della barca in mare aperto ti porta a riflettere. L’ondeggiare delle onde ti induce a pensare”.
“Lo spazio piccolo all’inizio mi dava fastidio, mi sono dovuto ambientare, poi svolgendo le funzioni mi sono abituato a muovermi piano appoggiandomi alle cime come un bimbo. Si ritorna piccoli, come in una culla. La barca ti riporta indietro.”(Ernesto)
“Quando non c’era il vento, avevo un po’ di noia, sentivo il desiderio di tornare subito. Pensavo che a terra potevo stare meglio. Poi questo passava e io mi davo più da fare.”(Filippo)
“Mi piaceva molto. E’ un ritorno interiore. Come nella vita pratica c’è sempre un ritorno.”(Ernesto)

 Per quanto riguarda il timone, stare alla conduzione porta sensazioni diverse e a volte contraddittorie. Si sono denotati in molti pazienti espressioni di contentezza e soddisfazione e alcuni di loro avrebbero voluto restare più tempo al timone. Si è comunque evidenziata la responsabilità forte percepita da tutti gli allievi che mano mano si sono alternati al timone e ciò ha generato fenomeni contrapposti di esaltazione e di preoccupazione per il troppo carico.
Tale ricerca dovrà portarci in conclusione ad evidenziare e confermare quanto l’andare a vela sia terapeutico in termini riabilitativi per coloro che soffrono di un disagio psichico e psicologico e ha la pretesa di estendersi per abbracciare più aree e livelli della patologia sia psichica che fisica che sociale. Per far ciò, naturalmente, Mareaperto non ce la fa a sostenere i costi ma non perde la fiducia che investimenti e contributi siano direzionati verso tale intenzione da enti pubblici o privati sensibili e coinvolti in questa meravigliosa attività che abbiamo la “presunzione” di chiamare: “Velaterapia”.

dr. Francesco M. Purita